| dall'Albania |
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| Friday 23 July 2010 | |
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TAVOLA ROTONDA PRESENTI: 16 partecipanti (rappresentati di 5 associazioni: Ambasciatori di Pace, VIS, giustizia e pace, comunità Papa Giovanni xxiii, Passi leggeri) Moderatrice: Loretta (Caritas) Giustizia e Pace: Stiamo lavorando solo sulle conseguenze e non sulle cause del problema. Tramite il nostro studio è emerso il problema centrale dell’Albania: la famiglia. Quest’ultima non sa cosa fare con i giovani che sono sottomessi ai “rischi dello sviluppo economico”. Il programma scolastico non è adeguato alla cultura albanese, dobbiamo trattare la scuola e la legge come albanesi e non come altri Stati. Non è il Kanun che fa fare le vendette e una cosa importante è che non abbiamo inserito le cose belle della tradizione albanese nelle nostre leggi, abbiamo fatto solo un “copia ed incolla” da altri sistemi legislativi che no ci appartengono. Lo Stato ha una grande responsabilità per la vendetta, la legge non è efficace e non viene rispettata. In aggiunta la giustizia albanese continua ad approfittare dei casi di vendetta, approfitta della situazione facendo pagare tangenti: chi paga esce dal carcere e quindi tutti pensano che sia possibile uccidere perché poi alla fine la pena sarà minima. Un altro problema dell’Albania è la giustizia. Non dobbiamo pensare che la vendetta sia presente solo nel nord, la vendetta è presente in tutta l’Albania solo che nel sud le famiglie non si chiudono. La vendetta di sangue non è nemmeno un problema legato alla religione cattolica. (durante il suo intervento parla del Workshop che Giustizia e pace ha organizzato a Tirana, dove era presente anche l’ex ministro della giustizia albanese, il quale ha negato il problema delle vendette). Ambasciatori di pace (don Enzo): Ci sono vendette e vendette e molte famiglie non sono registrate ufficialmente e quindi il numero reale delle famiglie sotto vendetta è maggiore rispetto ai dati ufficiali. Secondo la legge albanese, nel momento in cui c’è una denuncia da parte di una famiglia che ha paura di essere uccisa, lo Stato potrebbe controllare la famiglia che ha emesso vendetta ma no lo fa perché lo considera una violazione dei diritti umani, non può controllare una famiglia pregiudicata. Durante il workshop a Tirana, Aldo Bunci ha detto che il Kanun è un fatto esotico per impietosire il cuore degli italiani e questa cosa ci ha fatto arrabbiare. Dobbiamo combattere anche contro il pregiudizio e la scelta politica che c’è in Albania di non parlare dei problemi per avere una bella facciata davanti all’Europa. Il nostro compito sarà quello di denunciare e di occuparci dei poveri. Ci sono finanziatori che non finanziano perché i progetti sulle vendette sono considerati troppo politici e allora noi dobbiamo denunciare anche queste cose! Per quanto riguarda il problema della famiglia albanese è causato principalmente dalla mancanza della figura paterna. Dobbiamo anche considerare che nessuno si indigna davanti alle vendette, ma la gente si indigna ad esempio di fronte all’omosessualità. POMERIGGIO: 15 partecipanti (assenza del VIS e presenza della dottoressa Regina, che collabora con noi per la questione sanitaria) Mediatore: Padre Lello (Lanzilli Raffaele) – Gesuita Padre Lello, prima dell’intervento di Simone (APG23), sottolinea che il problema delle vendette non è presente solo in Albania, il desiderio di vendetta appartiene a tutto il mondo ma il problema delle famiglie chiuse è presente in Albania. INTERVENTO DI SIMONE (vedi documento) Padre Lello chiede ai presenti di esprimere cosa ci ha colpito della riflessione di Simone, cosa ha suscitato in noi? In un secondo momento rifletteremo sulle proposte concrete, ponendo particolare attenzione ai seguenti punti: - Consenso della società civile ed educazione delle società - Riconciliazione nazionale, prevista anche all’interno del Kanun - Costruzione di una rete di persone per riflettere ed attuare delle proposte concrete Fabrizio Bettini: La forza viene dai poveri, la soluzione che viene dall’alto spesso non è quella risolutiva. Es: nord Uganda, Kossovo. La chiave è la sofferenza che c’è da entrambe le parti, la sofferenza è generatrice di odio e noi dobbiamo trasformarlo in energia positiva. Devono essere presenti entrambi i livelli: la legge (alto) e una rivoluzione che parta dal basso. Esempio del gruppo studio in Kossovo come tentativo di conoscere la sofferenza dell’altro e di trovare delle soluzioni. Giustizia e pace: I dati numerici sulle famiglie chiuse ci sono in prefettura e sono molto precisi però è difficile averli, giustizia e pace ha avuto accesso ai dati per alcuni anni ma ora non è più possibile. La Chiesa ha dato un contributo molto grande dal 1994 in poi. C’erano anche molte organizzazioni che lavoravano sulla vendetta (fino a che hanno avuto i finanziamenti). La riconciliazione nazionale, secondo il rappresentate di Giustizia e pace, purtroppo non potrebbe funzionare, è già stata provata da Schbaia (?). Il Papa ha detto “non c’è pace senza giustizia”, quindi prima dobbiamo avere la giustizia e questo è un compito dello Stato. Nella riconciliazione che è stata fatta fino ad ora non c’è la giustizia. In che modo possiamo fare giustizia? Pressione al governo, riunendoci, scrivendo documenti, denunciando la situazione. Dobbiamo far sapere alla Chiesa e a tutti gli albanesi che il problema esiste, prima di intervenire dobbiamo dichiarare che i problema esiste. Ambasciatori di pace (casco bianco): il Kanun mette dei punti tecnici sulla vendetta ma la vendetta è soprattutto un fenomeno criminale, il Kanun è un modo in cui oggi si giustificano fenomeni criminali. La riconciliazione è un lungo processo che deve partire dall’educazione per arrivare poi a fare pressione politica per la creazione di una giustizia statale. La riconciliazione all’interno di un processo educativo di non accettazione della corruzione e della vendetta. Simone sottolinea l’importanza: - dell’incontro con l’umanità delle persone - della riconciliazione intesa come scelta della nonviolenza - di credere nell’uomo, cioè non credere che l’uomo sia solo male senza alcun bene - di denunciare ma anche proporre come gruppo di associazioni unite. Ambasciatori di pace (suor Cristina): Una cosa molto importante è l’educazione per poter cambiare la mentalità. E’ urgente denunciare, tramite scritti e una voce nel Parlamento, una rappresentanza a livello politico che abbia valori condivisi con i nostri e che li rappresenti a livello politico. Ambasciatori di pace (don Antonio Sciarra – fondatore dell’associazione) al telefono dall’Italia: Si congratula per l’incontro e ci augura la gioia di poter consegnare tante colombe di pace per iniziare una vita nuova. Padre Lello: cosa vuole esprimere la vendetta di sangue? Non dobbiamo solo vederla sotto l’aspetto di morte ma anche sotto quello della vita, la vita è un lavoro così grande che tutto può essere ricompensato solo tramite la vita. Educhiamo a comprendere il valore della vita, la vita è vita in assoluto, dobbiamo cercare altri modi per valorizzare la vita. Marcello (casco bianco comunità papa giovanni xxiii): giustizia e perdono sono due cose diverse, la legge assicura la giustizia ma non il perdono. Dovremmo intervenire sia a livello della giustizia sia a quello del perdono. Ambasciatori di pace (don Enzo): il perdono non è alternativo alla giustizia ma è alternativo alla vendetta. E’ importante anche fare un percorso di fede perché le riconciliazioni che sono avvenute tra famiglie chiuse sono state possibili grazie ad una forte fede cattolica.
-------------------------------------------------- INTERVENTO INTEGRALE DI SIMONE MORI MISSIONARIO IN ALBANIA DELLA COMUNITA' PAPA GIOVANNI XXIII
l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII è presente in Albania dal 1999 chiamata per essere di supporto all’arrivo dei profughi Kossovari, durante la guerra in Kossovo, attraverso e non solo l’Operazione Colomba, il nostro corpo civile di Pace, che lavora nelle zone del mondo in cui esiste un conflitto. Finito il conflitto armato, e quindi rientrati i profughi in Kossovo, l’Associazione è stata invitata a rimanere e ad aprire una casa famiglia nel villaggio di Krayen (Blinisht) dal nostro conosciuto Don Antonio Sciarra con la conferma del Vescovo del posto. Nel tempo la comunità è cresciuta lavorando nella condivisione diretta, con i più poveri, e accogliendo nelle nostre strutture le persone che nessuno voleva. 2 Case Famiglia nella città di Shkoder, 1 Pronta Accoglienza di sole donne e bambini al Villaggio della Pace, una Pronta Accoglienza per soli maschi adulti a Nenshat (Shkoder) una famiglia aperta a Shkoder più una Capanna di Betlemme a Tirana (zone Kombinat) che si occupa di persone senza fissa dimora, accogliendole nella struttura la sera, si occupa dei problemi sanitari e medici. Con loro facciamo condivisione, quindi vita insieme cercando di creare un ambiente più possibile familiare, dove per una volta si possono sentire amati, e considerati. Ad oggi come Associazione siamo in 24 Paesi del mondo, con oltre 300 strutture di Accoglienza solo in Italia. La prima nostra specificità infatti è l’accoglienza, (da qui nasce) l’esigenza di aprire anche dei servizi che possano complementare il nostro lavoro, sul campo politico, sociale e lavorativo, per una più concreta rimozione delle cause rispetto alle povertà che incontriamo nel nostro cammino di vita. Attraverso un ufficio centrale della Associazione, che si occupa di Progetti Internazionali, cerchiamo di raccogliere fondi per dar voce ai bisogni, alle esigenze e ai problemi della povera gente. Da quest’anno in Albania collaboriamo con un altro servizio della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’Operazione Colomba. L'Operazione Colomba da 16 anni cerca di vivere la nonviolenza in zona di guerra e di condividere la vita di chi è costretto a subire la violenza dei conflitti. Oggi sono 5 le presenze attive: in Palestina, Israele, Kossovo, in Colombia, Albania e Castel Volturno. Il Progetto nasce nel 2003, sono stato scoraggiato, deriso e abbandonato da molti nella ricerca di famiglie da aiutare, ma nel 2005 ho incontrato un Baraktar che mi ha aiutato (gratuitamente) ad entrare dentro il problema e dentro queste famiglie che senza tregua si auto-distruggono in nome di questo “onore” così forte nei loro cuori che sono pronti a buttar via un'intera vita, a mettere in serio pericolo la propria famiglia e in alcuni casi addirittura tutto il loro Fis . Noi come comunità nella mia persona, con l’aiuto dei volontari che da anni ci sostengono, con i caschi bianchi, e da quest’anno anche dai volontari dell'Operazione Colomba, stiamo cercando di non lasciare sole queste famiglie. Nel tempo, lavorando a questo progetto, siamo riusciti a raggiungere 56 famiglie sotto vendetta tra Shkoder e Lezha, circa 250 persone coinvolte, altre si stanno aggiungendo, 60 famiglie a Tropoja aspettano un nostro intervento e ci hanno chiesto anche di andare a monitorare la zona di Laç, Fush-Kruja, Tirana, e in Macedonia. Abbiamo ancora tanto da fare ma le forze sono scarse. Da quest’anno le famiglie ci stanno chiedendo esplicitamente di aiutarle nella riconciliazione, molte cercano il perdono, cercano una soluzione definitiva alla loro condizione di autoreclusione e paura, ovvero una soluzione al problema centrale. La povertà che ne deriva, l’esclusione sociale e i problemi collegati sono l’effetto della vendetta . Lo facciamo con assistenza medica, a volte psicologica, la scolarizzazione con gli Ambasciatori di Pace, corsi di informatica per i giovani o di taglio e cucito per le donne e attività ricreative varie sono tutti strumenti che noi adoperiamo per star con loro, per alleviare le sofferenze e per approfondire il fenomeno delle vendette. 2) Supporto medico e psicologico. 3) Attività scolastiche a domicilio per i bambini auto-reclusi. 4) Attività di formazione professionale per giovani donne ed adolescenti. 5) Workshop sui diritti umani e la risoluzione dei conflitti in scuole e nelle famiglie “in vendetta”. 6) Attività di Educazione alla Pace e alla non-violenza. ________________________________________________________________________
2.È possibile una riconciliazione generale sull’esempio del Kossovo? 3.Il Popolo albanese ancora legato a queste leggi, ormai a dire il vero travisate. ha più senso il Kanun ? 4.La gente a volte si fa influenzare dal senso comune, perdonare spesso viene visto come un sintomo di debolezza, mentre nello stesso kanun l’uomo capace di perdonare è una persona dalle grandi qualità e onore. 5.Lo Stato cerca di sminuire il problema. Perché? Cosa possiamo fare noi per dar voce a chi non ha voce? 6.Il presente e il futuro di questi giovani. Quali sono le conseguenze e le prospettive? 7.Potremmo creare una rete tra le organizzazioni per raccogliere e mettere in rete le informazioni reali, dati precisi, bisogni, le urgenze che emergono dal nostro lavoro?
Pomeriggio: dibattito______________________________________________________
A noi sembra che in tutti questi anni di esperienza sul campo la cosa che emerge maggiormente sia la passività davanti a questo fenomeno, in particolare del popolo e delle persone coinvolte nel conflitto, ci sono ogni tanto delle tiepide denunce del problema ma in concreto niente, ognuno ritorna nelle proprie case e accetta l’esistenza del problema. Lo Stato cerca di minimizzare il problema nonostante le richieste allarmanti delle Nazioni Unite (un rapporto di un loro supervisore per l’Albania) su questo fenomeno che sembra non accenni a diminuire. Sarebbe Interessante scavare e capire il perché di questa passività, e magari fare noi delle proposte da presentare. Come avete sentito (Rapporto delle nazioni Unite) tutto è molto confuso, a partire dai dati, dal aver chiaro veramente come si svolgono questi conflitti, da quante sono e chi sono queste famiglie in conflitto, ecc, Questo è uno dei punti importantissimi per lavorare con queste famiglie, creare un legame di rispetto e di fiducia.
Bisogna innanzitutto abbattere questa paura della riconciliazione, paura spesso dovuta all’onore, ma di cosa è fatto questo onore concretamente? Iniziamo a dare nome alle cose. La paura di quello che pensano gli altri, nell'immaginario comune chi perdona è un debole. Che senso ha emettere la vendetta, se poi probabilmente non la porteremo mai infondo? In questi anni ci stiamo occupando di chi si è auto recluso lavorando con le famiglie per l’aspetto sanitario e dell’istruzione, ma la cosa più importante che facciamo è andarle a trovare, fargli capire che abbiamo a cuore la loro condizione (I Care Don Milani) i loro problemi, la loro vita! La condivisione, che è anche la base della nostra scelta, ci dovrebbe permettere, in prospettiva, di creare rapporti di fiducia tali da poter essere noi a proporre la riconciliazione. Qual è il limite delle nostre azioni? Il limite è che non arriviamo a tutte le famiglie bisognose e non riusciamo ad essere abbastanza “forti” per poter risolvere la situazione. La giornata di oggi vuole essere un primo passo per non parlare di assistenza ma di rimozione delle cause che chiudono queste famiglie, perché unendo le nostre forze potremmo raggiungere più famiglie e sostenere più persone verso un percorso di perdono e riconciliazione. La riconciliazione è la chiave per uscire da questo problema, non la riconciliazione tradizionale dove una famiglia si riconciliava con un'altra ma una riconciliazione nuova che possa risolvere la situazione definitivamente. Un nuovo “kanun” basato sull’amore. Insieme alla scelta della condivisione diretta che già portiamo avanti come stile di vita, uno degli esempi che si potrebbe seguire e approfondire e che a parer nostro rappresenta la via migliore per arrivare ad una soluzione vera e radicale, viene dall’esperienza e dagli studi di Padre Leonel missionario in Colombia. Cresciuto nella sofferenza della guerra, mentre il fratello sceglieva la via delle armi, ha iniziato a lavorare per la creazione di scuole di riconciliazione per favorire la graduale accettazione dell’altro fino ad arrivare al perdono, diffondendo una cultura del perdono e un modello di giustizia di tipo restaurativo, cioè non fondato sull’ufficializzazione della vendetta ma sul recupero sia della vittima sia del carnefice. In particolare quattro sono le riflessioni del missionario utili che si possono prendere in considerazione anche per il problema delle vendette : Un errore comune è pensare che perdonare equivalga a dimenticare. Perdonare non significa assolutamente dimenticare ma ricordare con altri occhi. In questo modo il perdono diventa il modo più intelligente e saggio di amministrare la –memoria ingrata- costituita da tutte le inevitabili limitazioni e offese arrecateci dal nostro prossimo. Perdonare non significa nemmeno condonare le ingiustizie . Le istituzioni della giustizia devono applicare le leggi in vigore in ogni Paese. Il perdono è piuttosto un esercizio personale di pulizia interiore e di catarsi che serve per ritrovare il benessere, ma anche per evitare le ritorsioni e l’escalation di violenza attraverso la spirale delle vendette . Il perdono è un atto che senza negare la responsabilità del torto, evita che il passato continui a determinare il presente, cosa che accade quando si serba rancore e si cerca vendetta, generando così nelle persone processi di liberazione dal passato Solo su verità e giustizia si può fondare un ordine nuovo. LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI PER MEZZO DI PATTI NON SERVE SE NON SI ELIMINA ANCHE L’ASTIO CHE RESTA LATENTE NEI CUORI. Per arrivare a tutto ciò ci vuole un forte coinvolgimento della società civile albanese, i giovani e le donne in prima linea. La riconciliazione secondo noi infatti dovrebbe partire dai più deboli da quelle mamme sorelle figlie e figli che soffrono di più questa situazione.
Nel mondo ci sono moltissimi esempi di vittime che perdonano il torto subito. Dobbiamo poi incontrare il dolore di chi ha emesso vendetta e creare con queste famiglie lo stesso rapporto che abbiamo con le altre. Dobbiamo fare pressione sul governo perché prenda atto di questo problema, e dobbiamo chiedere a chi sta in parlamento di dare una risposta a queste persone che soffrono per questo problema, dobbiamo far si che l’onore venga considerato dalla legge come un diritto di ogni albanese ma che la sua controparte non sia il sangue, chi ama di più ha più onore! Dobbiamo proporre una riconciliazione nazionale che metta fine a questo problema. Nel kanun esiste una strada d’uscita, dobbiamo semplicemente renderla attuale e attuabile. Qualche tempo fa abbiamo fatto una ricerca su ciò che pensavano i giovani delle scuole medie superiori su questo argomento e come secondo loro si potrebbe risolvere, è emerso chiaramente questo: Alla domanda se accettavano ancora il Kanun in particolare le vendette di sangue e l’auto-reclusione, circa 85% ha detto di no. Quando invece abbiamo fatto la domanda: Come risolvereste il problema? Hanno risposto cosi: Lo stato deve essere più severo. Inserire la pena di morte. Vedete le uniche risposte alla violenza e’ la violenza
L’altra proposta e scommessa, che vogliamo esprimere è che le associazioni si mettano in rete e si scambino informazioni, urgenze, comunicazioni e ragionando anche sulla prevenzione. Attualmente siamo una delle poche Associazioni che hanno dati concreti e dettagliati su queste famiglie e mantenendo un monitoraggio costante, tanto da creare dei legami importanti di fiducia e rispetto. Tutto questo serve ad unire le forze e le conoscenze reali di questo fenomeno, come diceva Madre Teresa “goccia dopo goccia nasce un mare“. Ci vuole solo la pazienza di unire il nostro lavoro per uno scopo più grande che va oltre la nostra quotidianità. La nonviolenza costa fatica, lavoro, tempo e sopratutto passione per la giustizia. Sarebbe importante capire oggi, qui, chi è disposto a sacrificare un po' del suo tempo e del suo lavoro per lavorare verso una riconciliazione. Ci sono persone che si fanno pagare anche 3-4 mila euro per un tentativo di riconciliazione, sia se avrà successo oppure no, purtroppo pare che sia una cosa normale e accettata. Ormai anche il dolore o la disperazione è diventato un commercio, e quindi sicuramente noi daremo noia a qualcuno.....siamo pronti a farlo? |
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